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Editoriale di Mirella Casiello su Avvocati Today

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.02 Lug

Editoriale di Mirella Casiello su Avvocati Today

Torniamo a tracciare una distinzione tra rappresentanza politica e istituzionale

Nel dibattito che affrontiamo in questi mesi stanno venendo al nodo le incongruenze di una buona parte di coloro che, nel 2012, vollero frettolosamente e a tutti i costi la Legge professionale 247.
Alcuni sono gli stessi che in passato avevano addebitato all’OUA qualsivoglia insuccesso della categoria, senza mai guardare alle proprie di responsabilità.
Dal Congresso di Bari si sono moltiplicate le scelte divisive per la professione (gettoni, giornali, specializzazioni, passaggio da OUA a OCF) e non è nemmeno provare a discuterle preventivamente. Oggi, coloro che ne furono gli artefici, continuano a non farsi carico delle responsabilità che tali scelte hanno recato con sè.
Dal 2013 sono venuti alla luce buona parte dei regolamenti fondamentali per il completamento della legge professionale. Sono state fatte battaglie di retroguardia per resistere attaccati alla poltrona quanto più tempo possibile.
Tutte queste iniziative sono finite malamente sotto la scure della autorità giudiziaria. Che immagine desolante abbiamo dato ai cittadini e al Paese.
Tanto più forte si leva la voce di quei Colleghi che chiedono SEMPLICEMENTE e UNICAMENTE il rispetto delle regole, tanto più si è cercato e si cerca di delegittimarli. Ci si arrocca nei Consigli (COA e CNF) forti del consenso e alla continua ricerca di spazi di visibilità personali, dimenticando che i voti non sono un lavacro e che, così facendo, si sta confermando ogni singola parola della terribile sentenza emessa lo scorso dicembre dalle SSUU.
Quel che è sfuggito ai più, in questa continua corsa a primeggiare davanti a Politica e Magistratura, è che per responsabilità di chi (per fortuna ancora pochi) resiste contra legem si stanno condannando 240.000 Colleghi alla irrilevanza ! Si sta dando una immagine indecorosa dalla Professione.
I divari e le sfumature di una Avvocatura che conta circa 240.000 iscritti possono essere rappresentati solo da organismi che si rinnovano e non da consessi stritolati dal conflitto di interessi. Ancora una volta la strategia per resistere a oltranza elaborata da pochi (presidenti e/o consiglieri di COA e CNF), che in molti casi non informano nessuno degli argomenti che discutono tra loro, sta facendo danni enormi.
Ricominciamo dove ci eravamo lasciati a Bari nel 2012: Congressi corali e partecipati e nei quali si discutono i grandi temi della Nazione e della Professione. Basta acclamazioni ! Non devono più esistere totem intoccabili e le scelte fatte da pochi devono essere ridiscusse: se quelle ricette non hanno funzionato, vanno scelte altre strade, ma che non siano il viatico per singole vanità o personalismi.
Il Congresso è il luogo in cui prendono forma e sostanza tutti i nostri diritti di Libertà, non può e non deve essere una vetrina.
Dopo Rimini, dal 2016, abbiamo già sperimentato che le alchimie calate dall’alto (sebbene appaiono perfette sulla carta) rischiano di farci fare un ulteriore grande balzo all’indietro
La funzione pubblica della rappresentanza politica è stata colonizzata dalla rappresentanza istituzionale e ciò non può e non deve continuare. La modellistica elettorale sperimentata nel Congresso del 2016 non ha dato frutto. Nè potrà darlo se non cambia il senso etico di ciascuno.
Come si era anticipato allora, non è servito cambiare le regole, come in Italia non è servito cambiare le Leggi elettorali. Senza il recupero della ETICA non si va nessuna parte
Ed allora, con l’auspicio che gli irriducibili di CNF e COA si decidano a fare un passo indietro per evitare di farci ancora una volta travolgere dalle sentenze, si passi a discutere e, lasciando da parte interessi e vanità personali, si provi a recuperare quel patrimonio politico che appartiene alla Storia della Avvocatura italiana.
Forse non è ancora tutto perduto, se eviteremo di spingerci di nuovo davanti alla Cassazione, a farci trattare da scolaretti ribelli incapaci di leggere norme fin troppo chiare o capaci solo di arzigogoli aritmetici per giocare coi giorni e le settimane dei mandati.
Torniamo a tracciare una distinzione tra rappresentanza politica e istituzionale. La natura associativa e volontaria della rappresentanza politica non può essere ingabbiata all’interno delle Istituzioni forensi (che, lo ricordiamo, sono enti pubblici non economici, sia a livello territoriale sia a livello nazionale). Sarebbe un ritorno al passato, figlio di una visione antistorica dell’avvocatura.
Deve essere mantenuta ben chiara e distinta la funzione istituzionale del CNF e dei COA da quella politica dell’Organismo eletto in sede congressuale.
Il CNF onnivoro (cosi come disegnato dalla legge professionale) non può assumere in sè anche la rappresentanza politica.
Il Congresso è assise di indirizzo politico, l’organismo che da esso scaturisce, per eseguire i deliberati, deve interfacciarsi con il parlamento e il governo, non può essere ridotto al rango di un centro studi o di un mero esecutore materiale
La battaglia per il rispetto delle regole sarà portata alla conclusione, in mancanza di dimissioni, perché le ostinate scelte dei colleghi ineleggibili, questa disattenzione, questa incapacità di dare risposte inclusive, questa scorciatoia verso organismi elitari, chiusi, meno partecipati, apre le porte a una debolezza politica nel Paese.
Non solo: i movimenti trasversali che mirano all’abolizione degli Ordini non sono stati sconfitti e non sono neppure in ritirata. Sono alle porte e domani, anche per responsabilità di coloro che si sono fatti mettere fuori dalla Magistratura, saranno ancora più forti.
Ne vale veramente la pena restare in silenzio, avallare tali comportamenti ?
La storia di domani, purtroppo, la stanno scrivendo coloro che resistono davanti alla Cassazione e alla Consulta, con la complicità di coloro che li sostengono.

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